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SLC CGIL sul futuro della Rai Servizio Pubblico Radiotelevisivo e Multimediale


Nei prossimi mesi i nuovi vertici Aziendali dovranno decidere il Piano Industriale e quello Editoriale, dare seguito a quanto predisposto sul pieno utilizzo del personale interno e la riorganizzazione delle News.
Questo è l’impegno indicato nel Contratto di Servizio a seguito della nuova Concessione di Servizio Pubblico Radiotelevisivo e Multimediale.
Slc Cgil, in diverse iniziative pubbliche e nelle audizioni presso gli organismi competenti, ha espresso in questi anni la sua posizione sul futuro della Rai, anche anticipando analisi di dettaglio che preannunciavano una condizione di declino che oggi, purtroppo, si sta concretizzando.
Sappiamo che i prossimi mesi saranno determinanti per il futuro dell’azienda; per tale ragione Slc Cgil intende formulare un’analisi dettagliata ed una serie di proposte per dare vita ad una discussione larga sul futuro della Rai Servizio Pubblico che coinvolga: parti sociali, vertici Aziendali, Istituzioni, società civile,
Le proposte che si porranno in discussione saranno il prodotto dell’elaborazione del gruppo dirigente SLC Cgil diffuso, coadiuvato da esperti del settore, e sarà frutto della partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori.
Questo lavoro porterà, nei prossimi mesi ad un' iniziativa pubblica in cui come Slc Cgil esprimeremo una proposta complessiva di riforma e di rilancio industriale ed editoriale della Rai.

I CAPITOLO

Le Sedi Regionali ed i Centri di Produzione Decentrati

Vista la crisi profonda che stanno vivendo le Sedi Regionali, si è scelto di partire proprio da queste realtà produttive per un’analisi ed una proposta di rilancio.
Le Sedi Regionali, ormai da anni, sono considerate marginali nelle dinamiche aziendali e del paese sia dalle gestioni aziendali che dalle forze politiche.
Lo dimostra il fatto che il primo atto normativo della c.d. Riforma della Rai, la legge n. 89 del 2014, ha declassato le sedi regionali a “presidi redazionali”, svilendo non solo linguisticamente quelle realtà produttive, ma ridemensionandone la mission e le funzionalità.
La stessa legge, solo sulla carta, ha innalzato le “sedi” in cui si devono promuovere le culture e gli strumenti linguistici locali (Trieste, Trento, Bolzano, Aosta e Cagliari) al rango di “Centri di Produzione Decentrati”. Questa modifica, come abbiamo già detto, in realtà non determina una omogeneità ed un miglioramento della attività, ma costruisce un processo di provincializzazione della Rai e di asimmetria produttiva. Bolzano è certamente il Centro di Produzione Decentrato con maggiori disponibilità di risorse economiche e di personale, mentre Cagliari è totalmente deficitaria delle prerogative indicate dalla norma tanto da non differire quasi in nulla da una normale Sede Regionale.
Negli anni ’70, in conseguenza della normativa che trasformò il funzionamento degli enti locali ed in particolare delle regioni, la Rai conformandosi diede vita alle sedi regionali con quanto ne conseguì dal punto di vista del presidio territoriale e dell’informazione locale.
Le Sedi Regionali della Rai sono state per anni luoghi istituzionali, spazi di raccordo informativo e culturale, presidi di democrazia con ancora maggiore rilevanza per quelle realtà in cui più identità linguistiche e culturali necessitavano di più redazioni per rappresentare le minoranze presenti nel nostro paese. Oggi, in conseguenza delle scelte sbagliate degli ultimi anni, le Sedi Regionali sono sull’orlo del collasso organizzativo. Condizione che come organizzazioni sindacali abbiamo denunciato più volte anche in Commissione di Vigilanza. La disomogenea “riforma” del Servizio Pubblico Radiotelevisivo, realizzata tra il 2014 ed il 2016 con diversi atti normativi. Ha distratto risorse da Canone Rai per finanziare emittenti e radio locali private, elemento che di fatto ha messo in discussione le prerogative del servizio pubblico e la sostenibilità economica e funzionale delle Sedi Regionali. Stesso ragionamento si potrebbe fare sulla collocazione in borsa di Rai Way e della sua funzione di “servizio pubblico di trasmissione e diffusione” a livello regionale, ma analizzeremo la questione in un prossimo documento. In sintesi questo progetto, o l’assenza di un vero progetto, anche per effetto delle previsioni relative all’ennesimo incentivo all’esodo che si chiuderà nel corso del 2018, comporta una ingravescente crisi funzionale che le destina alla chiusura.
Basti dire che il personale tecnico e impiegatizio presente nelle sedi è di poco superiore alle 1000 unità, numeri inferiori alle presenze del personale giornalistico, condizione questa che sta generando due effetti:

  •  peggiora la qualità del prodotto
  •  incrementa l’utilizzo degli appalti (quindi dei costi di produzione).

Questo dinamica solo in parte è stata corretta da accordi sindacali e applicazione di sistemi tecnologici più avanzati che hanno prodotto un efficientamento produttivo, evoluzioni produttive che per la complessità delle attività e l’alto livello di professionalità richieste solo in parte possono sopperire alla carenza di organico.
Non ci sfugge che parte della dirigenza della Rai e parte delle forze politiche non vedrebbero male la piena attuazione del dimensionamento delle Sedi Regionali in presidi redazionali.
A questa miope visione diamo tre risposte chiare:

1 Il ridimensionamento delle sedi regionali non produrrebbe un vero risparmio; comunque le attività tecniche dovrebbero essere svolte da personale in appalto e l’esperienza degli uffici di corrispondenza ci dice che l’assenza di personale Rai e di controllo non aiuta il contenimento dei costi ed anzi spesso li aumenta.

2 Il non presidio dei territori non risponderebbe a quanto stabilito nella Concessione di Servizio Pubblico e al ruolo istituzionale che la Rai svolge in tutto il Paese. Si cancellerebbe una storia ancora oggi leggibile negli archivi storici della Rai.

3 pregiudicherebbe uno degli asset strategici per lo sviluppo della Rai comportando l’ulteriore concentrazione di tutte le energie e le risorse sull’acquisto e la produzione di prodotti generalisti.

Se la Rai è il Servizio Pubblico deve mantenere quelle specifiche caratteristiche produttive e industriali che la identificano come tale.Parte del declino che l’azienda ed il lavoro hanno subito in Rai è proprio dovuto alla volontà di volersi conformare, anche dal punto di vista industriale e produttivo, al mercato e alle altre imprese private.
Condizione insostenibile economicamente e contraddittoria soprattutto se si guarda ad altre esperienze europee e alla BBC in particolare. L’attuale riforma, sulla quale diremo ancora in seguito, istituzionalizza lo sfaldamento produttivo ed editoriale degli ultimi anni della Rai ed impedisce uno sviluppo essenziale per la tenuta, anche industriale, dell’azienda.
Tutte le modifiche “spot” realizzate negli ultimi 4 anni non sono mai state figlie di una riforma complessiva di sistema e sono intervenute sulla Rai con una idea ferma al duopolio, condizione evidentemente superata dal mercato “globale” e dalle tecnologie.
Oggi la Rai, se non vi sarà un rilancio complessivo, rischia di rimanere schiacciata sia dal punto di vista economico che produttivo dai colossi che, anche nel nostro mercato nazionale, sono ormai preponderanti. È già chiaro che la Rai, per le risorse a disposizione (limiti del canone ed affollamento pubblicitario), non ha i mezzi per competere con colossi multinazionali su acquisto dei diritti e numero di produzioni.
In tale condizione di mercato, la Rai deve avere l’intelligenza di sfruttare a pieno le proprie prerogative e caratteristiche industriali e professionali.
La Rai è l’unica azienda del settore ad avere una capillare diffusione sul territorio, oltre ad avere uffici di corrispondenza in tutto il mondo.
Questa condizione, invece di essere considerata un costo, dovrebbe divenire strumento di rilancio produttivo ed editoriale per l’azienda oltre che una opportunità per un paese che è costituito da un’insieme di realtà locali ricche di storia, linguaggi, costumi…
LA RAI DOVREBBE DEDICARE UN CANALE NAZIONALE ALLA PROGRAMMAZIONE LOCALE.
Sono anni che si parla di un canale informativo internazionale in lingua inglese.
Noi vogliamo sostenere questa idea ma arricchire la proposta.
La Rai non solo dovrebbe creare un canale “internazionale”, sia informativo che culturale, ma dovrebbe creare un canale dedicato alla programmazione territoriale, non solo ai fini informativi, ma per diffondere e far conoscere a tutto il paese e fuori da esso le diverse realtà territoriali: informazione e produzione culturale.
Certamente ne gioverebbero l’inclusione ed il pluralismo, la conoscenza del paese, con effetti sociali, culturali ed economici rilevanti (artigianato, imprenditoria, tradizioni, turismo, beni culturali).
Certo per poter arrivare a tale mutamento è necessaria una rivoluzione produttiva e culturale dell’azienda.Si dovrebbe comprendere che non si può competere (solo) sul prodotto commerciale con i canali generalisti, ma è necessario:

  • reinternalizzare il lavoro (ridurre appalti),
  • assumere personale e formare le nuove figure professionali,
  • insediare dirigenti non solo sul sito di Roma,
  • ridurre i centri di spesa e le direzioni,
  • investire in tecnologie e mezzi,
  • valorizzare veramente il perimetro produttivo.

Oggi, rispetto ai tempi in cui si costituirono le sedi regionali, ci troviamo col personale più che dimezzato.
In molti casi purtroppo con strutture fatiscenti e superate tecnologicamente.
Nell’attuale contesto non sarà sufficiente implementare l’organico, tema su cui si sta procedendo ad una prima selezione e ad una discussione con i sindacati; per rilanciare la produzione territoriale è necessario infatti immaginare anche una trasformazione profonda della visione d’impresa e del paese.
Crediamo che questa sia una delle sfide principali dei prossimi anni.
Il FUTURO della RAI parte dalle SEDI REGIONALI. #FuturoRai 

Articolo del 24/09/2018

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